19'40" al padiglione francese della biennale di Venezia: una delle più belle esperienze di registrazione che ci sia capitato di vivere by Francesco Fusaro

La sera del 29 ottobre 2017, sotto un tramonto apocalittico, carico i miei strumenti in auto e parto per Venezia. 19’40” nella persona di Enrico Gabrielli, ed aggiungo degli Esecutori di Metallo su Carta, di me e di Francesco Fusaro, è tra gli artisti invitati per una residenza di due giorni al padiglione di Francia della 57° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale.
Nel viaggio rifletto: facciamo musica, facciamo anche musica contemporanea, ma nessuno ci ha invitato alla Biennale Musica (difficilissimo arrivarci qualcuno mi disse) , nessuno forse mai lo farà ed ho la sensazione che ci guarderebbero con sospetto, forse con disprezzo. Invece ci ritroviamo alla biennale arte e tutto ciò deve avere un senso. Probabilmente c’è qualcosa in 19’40”, nell’umanità del nostro ensemble, nella leggerezza con cui affrontiamo le musiche più serie, nelle stranezze dei nostri progetti, qualcosa che evidentemente ci avvicina più ad una esposizione di arte contemporanea e ci allontana dal mondo impenetrabile della musica contemporanea. 

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 Il Padiglione di Francia è stato trasformato in uno studio di registrazione, il progetto è dell’artista Xavier Veilhan  (il primo ad accoglierci alla mattina del 30 ottobre) e si chiama Studio Venezia. Facciamo così il nostro ingresso  in questo eccezionale spazio di cui in molti mi avevano parlato. L’architettura di questo padiglione, risalente al 1912 e collocato in fondo ai giardini sulla sinistra,  è stata completamente trasfigurata al suo interno: una serie di ambienti geometrici e disarticolati realizzati esclusivamente in legno mi fa sentire un leggero senso di vertigine, quasi piacevole, forse perché in queste due ampie sale di ripresa non ci sono 8 angoli ma centinaia, e non si riesce a comprendere minimamente quale parete possa essere considerata il soffitto. Leggo che l’opera di Xavier è ispirata ai Merzbau di Kurt Schwitters, ed i termini giusti per definire le superfici, gli spazi, gli angoli di questo studio sono infatti giusti se raccolti dall’arte di Schwitters: dadaismo, costruttivismo, cubismo. Aggiungiamo, come si notava con Francesco ed Enrico, i termini glitch e digitale: non esistono curve, esistono solo angoli, spigoli, rette che si intersecano, o zero o uno ma nessuna sfumatura.

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Thibaut Javoy è il tecnico audio che ci mostra la regia, il banco mixer e tutta l’attrezzatura provengono dallo studio mobile di Nigel Godrich, con questo banco i Radiohead hanno registrato OK Computer e In Rainbows, il suono che ne esce è eccezionale, ce ne accorgiamo dopo pochi minuti di registrazione, si sente tutto, anche ciò che non vorremmo sentire. Adesso quindi bisogna suonare il meglio possibile.
In questi due giorni gli Esecutori di Metallo su Carta registreranno i sette brani che compongono i Pianeti (The Planets, op.32) del compositore inglese Gustav Holst, nella versione per 13 esecutori che realizzammo lo scorso anno dal vivo a Contemporarities. Un mare di lavoro in pochissimo tempo, per realizzare quello che sarà il sesto disco della nostra collana, 19m40s_06 in uscita il 6 agosto 2018.

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Alle 12:30 del 30 ottobre l’ensemble è al completo, violino, viola, violoncello, contrabbasso, pianoforte, clarinetto, oboe, due percussionisti ed un direttore d’orchestra (mancano gli ottoni che sovra incideremo a casa), siamo in dieci e cominciamo a lavorare. Thibaut ed il suo assistente Edoardo registrano tutto. Francesco ascolta con la partitura e prende nota delle take buone. Quello che solitamente è l’ambiente intimo, concentrato, silenzioso di un recording studio, è da subito percorso da fiumi di visitatori che si ritrovano, con stupore, in un luogo che non è il loro, dove bisogna camminare delicatamente su un pavimento in legno che scricchiola ad ogni passo. la maggior parte evidentemente non ha mai assistito a delle vere sessioni di registrazione, l’esperienza non è banale, né per loro ne per noi. In più momenti chiediamo il silenzio, “20 secondi di immobilità per favore”, ci sono passaggi difficili e delicati da registrare, sbagliamo e ripetiamo, ripetiamo e ripetiamo, la tensione è palpabile e quando il direttore dice “ce l’abbiamo” la gente applaude quasi come un naturale riflesso al nostro respiro di sollievo. E’ chiaramente straordinario per tutti i visitatori assistere alla nascita di un disco, scoprire tutto ciò che arriva prima del momento in cui lo metti e te lo ascolti dalle casse dello stereo.

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In due giorni di lavoro abbiamo registrato circa 14 ore di musica. Il 31 sera, la sera di Halloween,  alle 19:30 terminiamo la coda di Neptune il settimo movimento dei pianeti, abbiamo finito, alle 20:00 il padiglione chiude e già una barca aspetta fuori i nostri strumenti per riportarli al tronchetto. Ci salutiamo in maniera affettuosa, con Xavier, Thibaut, Edoardo, Arianna, Eleonora, tutti davvero gentilissimi. Sulla barca ci scende una stanchezza enorme, credo bella, io sono sconvolto dalla fatica.

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Riassumere l’esperienza è difficile, lo farà questo disco certamente meglio di ogni nostro racconto. Sicuramente resterà per noi una delle più belle esperienze di registrazione condivisa. Oltre a me ed Enrico gli Esecutori di Metallo su Carta questa volta erano: Maria Silvana Pavan (pianoforte), Yoko Morimyo (violino), Matteo Vercelloni (violoncello), Carlo Sgarro (contrabbasso), Ambra Cozzi (oboe), Lorenzo Boninsegna (viola), Matteo Lenzi (percussioni), Marcello Corti (direttore). A loro và il primo e più caloroso ringraziamento.

Sebastiano De Gennaro

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CLASSICA NEL GIUSTO CAOS by Francesco Fusaro

Facciamo finta di fare uno zoom satellitare in stile Google: in Ungheria c’è Budapest, a Budapest c’è il Danubio, nel Danubio c’è un’isola dove si svolge da 24 anni lo Sziget Festival, conosciuto tra i tanti italiani come “il” vero paese dei balocchi agostano.
Mi si disse, tempo addietro, che lo Sziget prese le mosse ispirandosi ad Arezzo Wave.
Potrebbe essere davvero stato così, ma la differenza tra i due festival è la stessa che intercorreva tra l’arco e le frecce dei Troiani e i droni dell’attuale esercito americano.
I festival come questo non hanno solo musica, ma centinaia di attrazioni teatrali, installative, ludiche e spazi diversificati adatti a piccoli e adulti.
Ne esistono altri festival in Europa di questo genere: il Down The Rabbit Hole, il Roskilde, il Glastonbury, simili tra loro e allo stesso tempo diversi per cultura e gusto nazionale. Ad esempio l'english mud mette a dura prova il fisico, la liberalizzazione olandese stuzzica lo sfascio con canne e funghi, il freddo proverbiale agostano della Danimarca mantiene giovane la pelle.
In altri festival il focus è ancora sull’affaire “musica”; come l’Off di Katowice, il Pitchfork di Chicago e l’imprescindibile Primavera Sound, della tanto amata Barcellona.
Lo Sziget sul piano dell’offerta rock popular non pare brillare né in gusto né in fascino.
Però c’è qualcosa che altrove non ho visto: uno spazio (al chiuso) dedicato alla danza e un altro (all’aperto ma con copertura) dedicato alla classica; la “musica classica”, ovviamente, in senso lato.
In questo spazio ogni pomeriggio c’è un’orchestra che fa brandelli di opere liriche (!), dal tardo pomeriggio la proiezione di un film muto sonorizzato dal vivo, la sera una programmazione a cura della Non-Classical di Gabriel Prokovief, nota etichetta che si occupa (se così possiamo mal-dire), di classica “indipendente” e di vare accezioni, paciugate o meno, di musica contemporanea.
La gente, che sarebbe meglio definirla come “gioventù” visto che all’orizzonte pare difficile incontrare qualcuno più vecchio di trent’anni, se ne sta sdraiata su dei puff in totale relax e resta lì ore.
Oltre al fascino dei tipi di musiche in sé, questo spazio è un’oasi di calma in un Caos con la C maiuscola ed è a suo modo l’unica vera proposta alternativa dell’intera programmazione megalitica.
Ricordo che all’Øyafestivalen di Oslo vidi in programma sul main stage qualcosa di Steve Reich e questo mi fa pensare che stia nascendo di tanto in tanto un fungo primordiale di un qualcosa in cui, noi di 19’40’’, ci sentiamo essere parte.
Scardinando il contesto si fa la vera operazione di sabotaggio da cui può scaturire una sana sorpresa e una sincera scoperta: il rock, pop, alternative, noise, cantautorato, elettronica, etcetera etcetera in un festival sono nel loro ambiente esattamente come il prete in una chiesa.
Lì mettere sul palco cose che non c’entrano nulla, farebbe scaturire il cortocircuito, quello vero, senza alcun gioco di ruolo sul culto della personalità che a volte maschera la reale validità
della musica, delle parole, dei concetti.
Piazzare un’orchestra sinfonica in un festival “indie”, organizzare dei matinee alle 6AM di musica antica in un centro sociale (se esistessero ancora), portare musica contemporanea nei rock club: un assalto culturale, un modo per prendere alla sprovvista l’ignaro avventore e rendergli un caso improvviso nella sua vita di fruitore.  
Magari la sua vita, da ascoltatore, dopo cambia.
Magari non pensava esistessero certe cose.
Magari non gliene frega un fico secco, ma almeno gli è stata data l’occasione.
Non parliamo di fare del jazz dove non si fa del jazz o un concerto rock nell’intoccabile auditorium sinfonico: parliamo di aderire e rendere la decontestualizzazione un fatto naturale e una proposta assidua, continua e costante.
Così tu sai che a quel festival, in quel punto là, ci sarà sempre qualcosa di alieno: sai che il contesto ti fornisce anche il suo contrario, la sua negazione.
Allo Sziget si chiama Papageno Classical, Opera Stage.
Abbiamo tentato un approccio al nostrano MIAMI quest’anno con Esecutori di Metallo su Carta.
Un tentativo un po’ troppo timido, ahi noi.
Se in Italia esiste qualcosa di simile, prego qualcuno ce lo dica che noi di 19’40’’ ne abbiamo disperato bisogno.

EG

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Il Picchio di Sebastiano De Gennaro by Francesco Fusaro

Cosa poteva essere per l’ominide nella preistoria il suono? La percezione del suono ed il suo utilizzo? Non lo sappiamo, o lo sappiamo in parte. Probabilmente passava attraverso la voce, ma contemporaneamente, e forse prima, era la percussione.
Forza gravitazionale: è in questa attrazione naturale della terra che si spiega e si manifesta il gesto del percuotere, ciò che permette di percepire il peso, la caduta ed il suono. Un processo che sul nostro pianeta si ripete ogni momento, da sempre, e che effettivamente può esser considerato l’origine più remota ed arcaica della musica.

Prendiamo ad esempio un animale, il Picchio. La sua percussione è rapida e precisa come se fosse quantizzata da un software ‘beat detective’, è scandita nel tempo con pause non casuali, il timbro varia se il picchio batte sul legno, sul metallo o sulla pietra; è un linguaggio complesso, so che è estremamente antico eppure suona alle mie orecchie spaventosamente moderno. Così è proprio il percuotere del picchio ad essere la perfetta metafora per descrivere ciò che è questo disco: una raccolta di forme e linguaggi musicali complessi che adoperano il mezzo primitivo della percussione.    
Percussione ed elettronica, un meraviglioso connubio di genesi e sviluppo, il senso del tempo, l’origine e l’evoluzione.

 

Il Picchio, l’imminente terza uscita 19’40”, è un disco a cui pensavo da tempo, un’impresa che finalmente realizzo: raccogliere cinque composizioni per percussione sola ed elettronica di autori viventi ed in attività (alcuni molto giovani) che nel DNA contengano il gesto primordiale della percussione ed il suono evoluto dell’era digitale. Louis Andriessen, David Lang, Edmund Campion, Nikolay Popov ed Enrico Gabrielli (la cui composizione Coppia di Allotropi del 2017 prende forma per la prima volta su questo disco) sono i protagonisti de Il Picchio ed assieme alla loro rara e bellissima musica, hanno dato concretezza a quest’opera il violino e la viola di  Yoko Morimyo, il mix di Roberto Rettura, i disegni di Pietro Puccio, le parole e le idee di Francesco Fusaro.

Sebastiano de Gennaro

The Teeth of the Cow (7th of December 2018) by Francesco Fusaro

George Hamilton Green (1893 – 1970), musician, composer, Foley artist, cartoonist, xylophone virtuoso: the seventh issue by 19'40'' will be dedicated to the music of this gifted, if rather obscure, artist.

 But let's start from the beginning, from 1916 America, when George Hamilton and his brother Joe, a musician as well, leave native Omaha (Nebraska) to embark on a tour of their nation that will see them performing a vast repertoire of music, ranging from salon waltzes to show tunes, along with unpredictable reinterpretations of classical and ragtime music. In 1917, the Green Brothers arrive in New York City: George manages to establish himself as one of the most praised xylophone virtuosi of his time, attracting the attention of Edison who signs him to his label. Green's records skyrocket during this period: apparently, his discography sits at around a thousand albums. In the Roaring Twenties, his fame is also helped by the popularity of his song Alabama Moon, graced by the voice of Gladys Rice.

In September 1928, Green records the sound effects of the first short animation film by Walt Disney, Steamboat Willie, where the soon-to-be Mickey Mouse plays the xylophone on a cow's teeth. From then on, the sound of the xylophone would always be associated with the world of cartoons. 

George Hamilton Green was a mysterious genius: as the role of big bands became more prominent during the swing era, his music career progressively faded away. He abruptly gave up with music in 1946, in the middle of a radio session: apparently, he placed his mallets back and just left the studio. But the real surprise came after that episode: Green turned out to be a proficient cartoonist, a new career that would see his publications regularly appear on the Saturday Evening Post and Collier's. He would die Woodstock in 1970.

The Teeth of the Cow will be released on the 7th of December 2018, at 7:40 pm GMT+1. 

George Hamilton Green (1893 – 1970), musicista, compositore, rumorista, cartoonist, virtuoso dello xilofono; la settima uscita 19’40” sarà dedicata alla musica di questo tanto oscuro quanto geniale artista. 

Ma partiamo dall'inizio, dagli Stati Uniti d'America del 1916: George Hamilton ed il fratello Joe, a sua volta musicista, partono da Omaha, Nebraska, per un tour del proprio paese che li porterà ad esibirsi assemblando e suonando un vastissimo repertorio per due xilofoni: valzer da saloon, canzoni popolari, mirabolanti trascrizioni di brani classici, ragtime. Nel 1917 i Green Brothers approdano a New York e George si afferma come uno dei virtuosi dello xilofono più straordinari dell’epoca: Edison lo mette sotto contratto e si moltiplicano così le incisioni che lo vedono protagonista (si dice che esse superino il migliaio). Negli 'Anni ruggenti', la sua fama cresce anche grazie alla canzone Alabama Moon, da lui composta e cantata da Gladys Rice. 

Nel settembre del 1928 Green registra gli effetti sonori del primo cartoon di Walt Disney: Steamboat Willie, dove il futuro Mickey Mouse suona lo xilofono sui denti di una mucca. Da quel momento in avanti la musica per questo strumento sarà per sempre associata all’immaginario dei cartoni animati. 

George Hamilton Green era un misterioso genio: con l’avvento della musica delle grandi orchestre swing la sua carriera comincia ad incrinarsi e nel 1946 decide di smettere di suonare in pubblico. Lo fa improvvisamente, interrompendosi durante una diretta radiofonica, posando le bacchette ed andandosene senza tante spiegazioni. La vera sorpresa arriva dopo questo episodio: negli ultimi ventiquattro anni della sua vita Green si scopre un grande talento del fumetto, comincia una seconda carriera di cartoonist, finendo per pubblicare costantemente le proprie strisce sul Saturday Evening Post e Collier’s. Morirà a Woodstock nel 1970.

The Teeth of the Cow uscirà il 7 dicembre 2018, alle 19:40 ora italiana.

Il Picchio by Francesco Fusaro

Wow, it's that time already! Yep, time for more shameless self-promotion! We are about to release our third issue by Sebastiano De Gennaro, and we are so excited about it, we thought about sharing with you the (almost) ornithological introduction by our own Francesco Fusaro. If you haven't got yourself a subscription yet, you can still consider buying one directly from our shop. If you subscribe now, you will receive Il Picchio, Histoire du soldat and the next 1 to 4 releases, depending on the subscription of your choice. Now, over to Francesco:

Woodpeckers are the percussionists of birds. They do have their own calls and songs, but those funny flying creatures are definitely infamous for their drumming, which can be surprisingly loud. (Bet their winged neighbours don't get on with them) So the name of Sebastiano De Gennaro's own recording for 19'40'' should come as no surprise, given that he is, in fact, the ‘woodpecker’ of Italian musicians. In fact, the classical-trained, former punk rocker from Brianza (Stendhal's favourite corner of the Peninsula) had already proven his love for Avifauna in the past: Ornithology, out of his underrated All My Robots album, is a tribute to that other environmentalist in disguise, Olivier Messiaen, who penned several birdsong-inspired compositions, including his famous Le réveil des oiseaux and Catalogue d'oiseaux.

In its long history, classical music has had quite a thing for ornithology: from plane imitation (think of Vivaldi's cuckoo in his Concerto in A Major RV 335, or Sergei Prokofiev's quacking oboe in Peter and the Wolf) to sampling (Respighi's I pini di Roma is thought to be one of the earliest examples), birds have extensively populated the work of many composers, to the point that we now have a branch of musicology dedicated to the study of the music of animals, zoomusicology, in which our lovely Avifauna holds a big stake. So, next time you hear a woodpecker distinctive sound, think of it as the latest addition to the family, thanks to Sebastiano De Gennaro (and Louis Andriessen)... “Now give the drummer some!”

Wow, è già l'ora di fare un po' di svergognata autopromozione! Siamo infatti in dirittura d'arrivo con la nostra terza uscita ad opera di Sebastiano De Gennaro e siamo così emozionati all'idea che abbiamo pensato di condividere l'introduzione (quasi) ornitologica che il nostro Francesco Fusaro ha scritto per l'occasione. Se non hai ancora acquistato un abbonamento, puoi sempre pensare a come spendere i tuoi soldi dando un'occhiata al nostro shop. abbonandoti, potrai ricevere direttamente a casa Il Picchio, Histoire du soldat e l'uscita successiva (o le 4 successive, a seconda della tua eventuale scelta). Ora la parola a Francesco:

I picchi sono i percussionisti del mondo volatile. Come gli altri loro colleghi, hanno anch'essi vari richiami sonori e canti, ma sono sicuramente più famosi per il loro martellamento, che sa essere piuttosto rumoroso (c’è da scommettere che non vanno particolarmente d’accordo con i loro vicini di casa). Quindi il titolo della nuova uscita di Sebastiano De Gennaro per 19’40’’ non dovrebbe sorprendere, essendo il nostro il ‘picchio’ dei musicisti italiani. In effetti, questo ex punk di formazione classica dalla Brianza (amatissimo angolo italiano del buon Stendhal) aveva già dimostrato il proprio amore per l’Avifauna in passato: Ornithology, brano incluso nel suo sottovalutato disco All My Robots, è un tributo ad un altro ambientalista sotto mentite spoglie, Olivier Messiaen, il quale a sua volta ha scritto diverse composizioni ispirate al canto degli uccelli, fra le quali Le réveil des oiseaux e Catalogue d'oiseaux.

Nella sua lunga storia, la musica classica ha sempre provato un certo che per l’ornitologia: dall’imitazione pura (pensiamo ad esempio al canto del cuculo nel
Concerto per violino in la maggiore RV 335 di Vivaldi, o l’anatresco oboe usato da Prokofiev nel suo Pierino e il lupo) all’uso di registrazioni (I pini di Roma di Respighi sembra essere uno dei primi esempi attestati), gli uccelli hanno ampiamente popolato le opere di molti compositori, al punto da stimolare la creazione di una branca della musicologia dedicata allo studio della musica del mondo animale, la zoomusicologia. Dunque, la prossima volta che sentirai il riconoscibile suono di un picchio, pensalo come ad una recente aggiunta al catalogo dei volatili amati dai compositori, grazie a Sebastiano De Gennaro (e Louis Andriessen)... “Now give the drummer some!

Classical:NEXT 2017 by Francesco Fusaro

Have you ever been to Rotterdam? Definitely less charming than Amsterdam, it has its own way to be interesting, particularly if you are into contemporary architecture and music. Think of Classical:NEXT, for instance: it's probably the biggest classical music conference at the moment, with tonnes of music industry representatives and artists coming together to discuss what's next (sorry) for the music we champion here at 19'40''. There was a wealth of interesting panels on music streaming services, the death of music journalism (RIP), the classical independent scene (hello!) and the so-called Neoclassical ("Bright new hope or load of kitschy crap?" was the interesting question there). And guess what, they had a decent array of performances, too! While we will admit the level of those wasn't as thrilling as that of the past edition, some of them are definitely worth a mention. Unfortunately, we weren't able to find the videos of original performances, except for Colombian trio Trip Trip Trip, so you'll have to vicariously enjoy them through some other stuff we managed to find online.

From crazy experiments by electric guitar quartet Zwerm to Breath & Hammer's (aka David Krakauer & Kathleen Tagg) blend of klezmer, bossa nova and avant-garde, through the aforementioned Trip Trip Trip, here's the best of Classical:NEXT 2017, according to 19'40''.

Mai visitato Rotterdam? Sicuramente meno affascinante di Amsterdam, sa essere a suo modo interessante, soprattutto se ti piace l'architettura contemporanea e la musica. Prendiamo ad esempio Classical:NEXT: si tratta probabilmente del più grande convegno di musica classica al momento, con un gran numero di rappresentanti dell'industria musicale e artisti provenienti da tutti i continenti, riuniti a discutere del futuro del repertorio che sponsorizziamo caldamente qui a 19'40''. C'erano un po' di conferenza interessanti sui servizi di streaming, la morte del giornalismo musicale (RIP), la scena classica indipendente (ciao!) e il cosiddetto genere Neoclassical ("Nuova speranza o ciarpame kitsch?" era l'interessante domanda del dibattito). E indovina un po', c'erano anche diverse performance da vedere in tutto questo! Sebbene il livello non fosse all'altezza dell'edizione precedente, alcune di esse vanno decisamente menzionate. Purtroppo non ci è stato possibile trovare i video originali dei concerti, a parte quello del trio colombiano Trip Trip Trip, perciò dovrai accontentarti di goderne indirettamente, grazie ad altro materiale che siamo riusciti a trovare in rete.

Dai pazzi esperimenti del quartetto di chitarre elettriche Zwerm al mescolamento di klezmer, bossa nova e avanguardia del duo Beath & Hammer (ovvero David Krakauer & Kathleen Tagg), passando per il già citato Trip Trip Trip, eccoti il meglio di Classical:NEXT 2017, secondo 19'40''.

Dionyso knocking on Olympia's doors by Francesco Fusaro

You may find the title a bit too refined, but it is absolutely consistent with reality. Arrington de Dionyso is based in Olympia, Washington, where he was born in 1974 (or should it be 1975?). For those not familiar with him, he is best known as a multi-instrumentalist with some seriously dazzling ideas: his output brings together the sounds of post-punk and no wave, of Indonesian chants and funk, of hip-hop and figurative painting, and also includes conceptual art, trance and a deep study of many other ethnic idioms.

In the following video, you can watch him by the Deschutes river, performing an improvisation on the (fake?) soundtrack for the new Twin Peaks. He once said: "Bass clarinet is not a musical instrument, it's a religion". His music projects include Old Time Relijun, Malaikat dan Singa, This Saxophone Kills Fascists, and many more... Start digging this Western mystic's output right now!

Titolo troppo aulico? Eppure è assolutamente vero: Arrington De Dionyso è nato nel 1974 (o 1975?) ad Olympia, Washington e lì vive con il suo enorme carico di storia artistica. Per chi non lo conoscesse è un improvvisatore polistrumentista dalle idee folgoranti, mutuate da un'infinità di stimoli che vanno dal post-punk alla no wave, dalla vocalità indonesiana all'immaginario apocalittico, dal funk all'hip-hop, dalle forme d'arte pittoriche a quelle concettuali, dalla trance allo studio meticoloso dei linguaggi etnici tra i più disparati.

Nel video qui sopra lo troviamo sulle rive del fiume Deschutes mentre si cimenta con l'esecuzione di un brano improvvisato e tratto (per finta o per davvero?) dalla nuova colonna sonora del nuovo Twin Peaks. A proposito del clarinetto basso una volta disse: "non è uno strumento, è una religione". Ecco alcune altre sue entità musicali: Old Time Relijun, Malaikat dan Singa, This Saxophone Kills Fascists...Il resto delle incarnazioni (e ce n'è di tutti i tipi) di questo profondo mistico d'occidente, lo lasciamo al vostro desiderio di scoperta...

Art Music v Sound Art by Francesco Fusaro

There's art music and then there's sound art, and this already too confusing, mainly because the two things don't really go well together. Actually, it seems more a case of the first happily ignoring the existence of the latter, which is a shame, because sound art has pushed the boundaries of what is to be considered music more than art music has, at least in the last 30 years. Yes, that's a bit of a statement, particularly if we take into account that, as a term, sound art has been used for the first time in the early 80s... But what is probably true is the fact that sound art has brought odd but fascinating music-making practices into art galleries and museums, while art music was (is?) struggling to see itself recognised as a legit art form. Another linguistic paradox here, sorry about that.

Even for the art world, though, sound art is still a bit of a novelty ("Wait, what? You can use your ears as a mean of aesthetic appreciation?"), and this fascinating article by Artnet News on the "Twelve Sound Artists Changing Your Perception of Art" is proof that there's a brave new world out there for you to be discovered. You, and the many sullen contemporary composers happily ignoring the sound in their art music

C'è la musica d'arte e poi c'è la sound art, il che rappresenta già una bella fonte di confusione terminologica, principalmente per il fatto che le due cose non vanno sempre necessariamente a braccetto. O meglio, sembra più che altro che la prima sia ben felice di ignorare la seconda, il che è un peccato se si considera che proprio la sound art ha contribuito ad allargare i confini di che cosa si possa considerare musica più di quanto abbia fatto la stessa musica d'arte. Affermazione importante, non c'è dubbio, soprattutto dopo aver constatato che il termine sound art viene impiegato solo dall'inizio degli anni Ottanta... È vero però che proprio questa disciplina artistica ha contribuito a portare nelle gallerie e nei musei delle forme inconsuete (e alle volte bizzarre) di produzione musicale, mentre la musica d'arte faticava (fatica?) ad essere riconosciuta come una forma d'arte tout court. Un altro paradosso linguistico, pardon.

Persino per il mondo dell'arte, tuttavia, la sound art rappresenta tutto sommato una novità («Come dici? Si possono usare le proprie orecchie come strumento di apprezzamento estetico?»), e questo articolo di Artnet News intitolato "Twelve Sound Artists Changing Your Perception of Art" è la dimostrazione che c'è un mondo nuovo lì fuori che aspetta solo le tue avventure. Le tue, e quelle degli accigliati compositori contemporanei beatamente ignari del sound nella loro musica d'arte.  

Gemme by Francesco Fusaro

If we said music has been quite slow in recognising the role of women in the development of the art of organised sounds, we would probably be quite close to the truth. Look from a distance and you will probably see a different picture than the one offered by literature, cinema or the fine arts, where women seem to have been praised for their endeavours for a longer period of time.

In the last years, though, the music establishment has tried to catch up with the other arts, and now feminism and music are hanging out more than ever. So, although the journey is very long, we should welcome every piece that could be added to the jigsaw, like the one conjured by our own Francesco Fusaro for the final episode of his show on Shoreditch Radio, Bar Italia. 

Comprising eleven compositions by eleven Italian composers, Gemme was conceived for a Rockit mixtape series of the same name. The journey starts here, but the rest of it will be on you!

Se dicessimo che, rispetto ad altre discipline, gli ambienti musicali si sono dimostrati più lenti nel riconoscere il ruolo delle donne nello sviluppo dell'arte dei suoni, probabilmente non saremmo lontani dal vero. Cercando di osservare la questione dall'alto, infatti, otterremo una fotografia piuttosto diversa da quella offerta dalla letteratura, dal cinema o dalle arti, dove le donne sembrano essere state celebrate per il proprio contributo per un periodo di tempo ben più lungo.

Negli ultimi anni, tuttavia, l'establishment musicale ha cercato di colmare il divario che separa la musica dalle altre arti, e più che mai sembra di poter dire che femminismo e musica si muovano con una certa armonia. Quindi, sebbene il percorso sia ancora piuttosto lungo, dovremmo accogliere con piacere ogni pezzo che compone questo puzzle culturale tutto in divenire, come quello raccolto dal nostro Francesco Fusaro per la puntata conclusiva del suo show per Shoreditch Radio, Bar Italia.

Comprendente undici brani firmati da altrettante compositrici italiane, Gemme è stata realizzata per contribuire alla serie di mixtape di Rockit che va sotto lo stesso nome. Il viaggio comincia qui, ma il resto tocca a te!

The Perfect Ping by Francesco Fusaro

Do you remember that famous Monty Python's sketch, The Miracle of Birth, out of that romp that is The Meaning of Life? A pregnant lady, lying in the delivery room, surrounded by a stack of doctors, nurses and expensive machinery, including "the machine that goes ping"? Well, it turns out that figuring what a "ping" needs to do inspired a couple of brilliant people to write what has been dubbed "the world's ugliest music", i.e. music without repetition at all.

OK, you have probably been frowning like William Blake's night since the beginning of this post, so let's clear this mess up, shall we? In the 60s, electrical engineer John Costas was trying to solve the problem of poor performance of sonar systems. The "ping" used at the time wasn't particularly informative, so Costas got in touch with mathematician Solomon Golomb to solve the problem. This is how the two got into creating a sequence of notes that avoid repetition. At all. Weird enough, so click below to listen to Scott Rickard unjumbling the whole thing and introducing the premiere of "the world's ugliest music". (Spoiler alert: that music might not be particularly ugly to you!)

Ti ricordi quel famoso sketch dei Monty Python, The Miracle of Birth, tratto da quell'ottovolante che è il loro film The Meaning of Life? La donna partoriente, stesa in sala parto e circondata da un'ammasso di dottori, infermiere e strani aggeggi, fra i quali «la macchina che fa ping»? Beh, a quanto pare la ricerca intorno a come un tal suono ("ping") debba esattamente comportarsi avrebbe spinto due menti eccelse a produrre «la musica più brutta del mondo», ovvero musica senza alcuna ripetizione.

OK, la tua espressione accigliata ci dice che è il caso di fare un attimo di chiarezza, che dici? Allora: negli anni Sessanta l'ingegnere elettrico John Costas stava cercando di risolvere il problema della scarsa resa dei sonar impiegati all'epoca. Il tipico "ping" usato non era infatti in grado di fornire informazioni accurate, così il buon Costas si mise in contatto con il matematico Solomon Golomb per dirimere la questione. In questo modo i due finirono per creare una sequenza di note che evita qualsiasi ripetizione. Piuttosto bizzarra come cosa, infatti lascia che Scott Rickard qui sopra ti spieghi per benino il tutto, prima di introdurti alla première della «musica più brutta del mondo». (Spoiler alert: potresti anche trovare quella musica davvero non così brutta!)  

People Who Do Noise by Francesco Fusaro

"Wherever we are, what we hear is mostly noise. When we ignore it, it disturbs us. When we listen to it, we find it fascinating". This is the often-cited opening of John Cage's famous The Future of Music — Credo. If you have ever done some experiments on yourself, you already know the feeling: There is nothing more annoying when you are doing something else and being distracted (tortured?) by background noise. Even music can become obnoxious if it is forced on us (Guantanamo, anyone?). We will probably go back to the topic on our blog, but for now, let's focus on noise.

It is true that noise can become weirdly intriguing if you pay attention to it. It's supposed to be the opposite of music, which (at its basic definition) is a way to organise sounds. But what sort of sounds? Can we organise what is chaotic by nature and make it somehow (German philosopher Hans Robert Jauss would probably hate the word) enjoyable? Can you record, press and sell noise music (itself a linguistic paradox) to the masses? The answer is yes, at least from a very pragmatical point of view: Noise has been part of the spectrum of marketable music for a while now. So you probably want to learn more about it, because you are a curious individual as much as we are, right? As Dennis Edwards would put it, "don't look any further", here is Portland-centred documentary People Who Do Noise.

«Ovunque ci troviamo, ciò che udiamo è per la maggior parte rumore. Quando lo ignoriamo, ci disturba. Quando lo ascoltiamo, ne siamo affascinati». Questo è il citatissimo incipit di The Future of Sound — Credo di John Cage. Se hai mai fatto degli esperimenti su te stesso, lo sai già: non c'è niente di più fastidioso che cercare di contentrarsi su qualcosa mentre si è distratti (torturati?) dal rumore di sottofondo. Persino la musica può diventare insopportabile se ci viene imposta con la forza (qualcuno ha detto Guantanamo?). Torneremo probabilmente sull'argomento, ma per il momento concentriamoci sul rumore.

È un fatto che il rumore possa diventare curiosamente intrigante, se gli si presta attenzione. In teoria si trova all'opposto del concetto di musica, la quale (nella sua definizione più elementare) non è che un modo per organizzare i suoni. Ma quale tipo di suoni? Si può organizzare ciò che per sua natura è caotico e renderlo in un certo senso (il filosofo tedesco Hans Robert Jauss probabilmente odierebbe il termine) gradevole? Si può registrare, stampare e distribuire il rumore alle masse? La risposta è sì, quanto meno da un punto di vista pragmatico: il rumore (meglio: noise) fa parte dello spettro della musica commerciabile ormai da un po'. Quindi probabilmente ne vuoi sapere di più, perché sei un inguaribile curioso come noi, giusto? Per citare Dennis Edwards, «don't look any further», non cercare altrove: clicca più sopra per guardare il documentario sulla scena musicale di Portland intitolato People Who Do Noise.

Stravinsky, Histoire du Soldat by Francesco Fusaro

Time for some shameless self-promotion! The second installment in our recording series will be released on the 2nd of April 2017. You can still subscribe to receive our very first issue, Progetto Generativo by Enrico Gabrielli and Esecutori di Metallo su Carta, so what are you waiting for? April is around the corner!

OK, now back to the topic: Histoire du Soldat by that music giant, Igor Stravinsky. Yes, that's going to be our second release and it's going to be sung in Italian and paired up with its own beautiful graphic design... Gosh, we've been dragged away by some more self-promotion... Histoire du Soldat, that's right, thank you! 

Histoire du Soldat was composed in 1918 during Stravinsky's exile in Switzerland. Loosely based on a folk tale by Alexander Afanasyev, the libretto was written in French by Charles-Ferdinand Ramuz and is tinged with Faustian references: A humble Soldier is seduced by the Devil, who wants to steal his soul. For Italian musicologist Paolo Petazzi, “[Histoire du Soldat] could be understood as a parable of the migrant that is cast by the Devil to lose his fatherland every time he believes he has found one: an updated version of the theme of the Wanderer”. A very current topic, indeed.

Histoire du Soldat was conceived by Stravinsky in a period of economic hardship after world War I. Unfortunately, it didn't go further than its premiere, which took place in Lausanne on the 28 September 1918, with Stravinsky's friend Ernest Ansermet as conductor. Nonetheless, the piece was to become a staple of the Russian composer's repertoire, thanks to a symbolism that easily appeals to both young and mature audiences. It has been performed widely in Italian too: we shall at least name Paolo Poli and Giancarlo Giannini's renditions, together with a 1967 broadcast by the RAI, the Italian public television company.

Esecutori di Metallo su Carta's Italian Histoire trades the original dance action with some beautiful illustrations by Olimpia Zagnoli and the voice of Stefano Panzeri. This version was premiered at the Fuck Bloom? Alban Berg! 2015 festival in Mezzago, in the North of Italy, and then brought to Contemporarities 2016 festival in Milan, with Marcello Corti as conductor.

Histoire du Soldat @ Santeria Social Club

È ora di fare un po' di svergognata autopromozione! La seconda uscita della nostra collana discografica è prevista per il 2 aprile 2017. Sei ancora in tempo per abbonarti e ricevere la prima uscita, Progetto Generativo di Enrico Gabrielli ed Esecutori di Metallo su Carta... che aspetti? Aprile è dietro l'angolo!

OK, ora torniamo a noi: Histoire du Soldat di quel gigante della musica che è Igor' Stravinskij. Questa è in effetti la nostra seconda uscita, cantata in italiano e con delle bellissime illustrazioni ad hoc... Ops, ci siamo persi di nuovo nell'autopromozione... Histoire du Soldat, esatto! Grazie!

Si tratta di un'opera composta da Igor Stravinskij nel 1918, durante l'esilio in Svizzera, su libretto in lingua francese di Charles-Ferdinand Ramuz. La storia, liberamente tratta da una racconto di Afanasjev legato a stretto filo con il mito di Faust,  parla di un Soldato insidiato da un Diavolo che vuole carpirgli l'anima. Citando il musicologo Petazzi, "fra le diverse interpretazioni simboliche, [l'Histoire] può essere intesa come la parabola dell'emigrè che per continue macchinazioni diaboliche perde la patria tutte le volte che crede di averla ritrovata: versione aggiornata e ammodernata del motivo dell'Errante" e, aggiungiamo noi, dunque motivo estremamente attuale.

La genesi di tutto risale alla fine della Grande Guerra, con uno Stravinskij in ristrettezze economiche. Purtroppo, a causa dell'epidemia di spagnola che in quel periodo imperversava in Europa, le repliche previste furono annullate e le rappresentazioni si limitarono solamente alla prima, avvenuta a Losanna il 28 settembre 1918, sotto la direzione dell'amico Ernest Ansermet. In seguito sarebbe diventato un brano eseguito di frequente per la sua simbologia in grado di arrivare ad un pubblico indifferentemente grande o piccolo, oltre che cavallo di battaglia per attori (memorabili le interpretazioni in lingua italiana di Paolo Poli e di Giancarlo Giannini) e occasioni di incontro in ambito puramente teatrale (come l'allestimento della RAI del 1967).

La versione degli Esecutori di Metallo su Carta, vede, al posto della danza (prevista nell'originale), l'utilizzo del disegno dal vivo della disegnatrice Olimpia Zagnoli e la voce recitante di Stefano Panzeri. Questo è la stessa versione data in prima assoluta a Fuck Bloom? Alban Berg! 2015 (rassegna di musica attuale al Bloom di Mezzago) e in seguito replicato a Contemporarities 2016 (rassegna di musica classica e contemporanea a Santeria Social Club di Milano), con direttore Marcello Corti.

C'è musica e musica by Francesco Fusaro

There was a time when you could watch Italian composer Luciano Berio (probably one of the sharpest mind to come out of the Peninsula) discussing the aesthetics of music on television. That was back in the 70s when people were so lovely naive to think that TV could educate and entertain... We are afraid those dancing days are gone, but at least we can sort of revive them through online streaming. C'è musica e musica is a wealth of music (and philosophical) ideas, thanks to a truly impressive array of guests: Elliott Carter, Karlheinz Stockhausen, Darius Milhaud, John Cage, Yannis Xenakis, John Tavener, just to name a few... What is the difference between popular and art music? What is the role of the audience in the process of music making? And of the composer? These and many other questions are debated in the twelve episodes of this must-watch series. As our man Enrico Gabrielli would put it, even students in schools should watch it...

C'è stato un tempo in cui ti poteva capitare di trovare Luciano Berio (cioè una delle menti più acute uscite dalla Penisola) che discute di estetica della musica in televisione. Ovviamente stiamo parlando degli anni Settanta, un periodo in cui le perosne erano così amabilmente naive da credere che quello il piccolo schermo possa educare, oltre che intrattanere... Temiamo che quei bei tempi siano belli che andati, ma almeno possiamo riviverli (circa) grazie allo streaming online. C'è musica e musica è un tesoro di idee filosofiche e musicali, e questo grazie anche ad impressionante lista di ospiti: Elliott Carter, Karlheinz Stockhausen, Darius Milhaud, John Cage, Yannis Xenakis, John Tavener, giusto per fare qualche nome... Che differenza c'è fra musica d'arte e popular? Qual è il ruolo del pubblico nel processo di creazione musicale? E quello del compositore? Queste ed altre questioni sono dibattute nei dodici episodi che compongono questa serie televisiva a dir poco fondamentale. Come direbbe il nostro Enrico Gabrielli, sarebbe da far vedere nelle scuole...  

Introducing... Julius Eastman by Francesco Fusaro

Before introducing you to Julius Eastman, we had to introduce ourselves to his music. Yep, this sentence is less silly that it might seem: if you think about it, you usually don't have to introduce yourself to Mozart, or Bach, because someone else has already forced their music in your ears through ads, ringtones, and background music on planes and lifts. This is obviously not the case with Eastman's music, and it is in a sense a disgrace because he has rightly been defined "the groundbreaking composer America almost forgot" (Guardian). A gay black soprano and composer with an attitude (he once upset John Cage by performing the latter's Song Books while undressing a man on stage and flirting with him in front of the audience), he died in poverty in 1990, leaving a trail of compositions behind him that musicologists and music enthusiasts are still unearthing.
There is a reason why he collaborated with (to name a few) Meredith Monk, Robert Wilson, and Arthur Russell: you just need to click play to find out.

Prima di poterti parlare di Julius Eastman, abbiamo dovuto incontrare per caso la sua musica. Se ci pensi, questa frase è meno scema di quanto sembri: non ti trovi infatti ad incontrare per caso la musica di Mozart o Bach, perché tanto te la spareranno nelle orecchie attraverso pubblicità, suonerie di cellulari, come sottofondo sugli aerei e negli ascensori. Così non è ovviamente per Julius Eastman, e forse è un peccato perché giustamente è stato definito «il compositore rivoluzionario che l'America ha quasi dimenticato» (Guardian). Afroamericano, gay, il soprano e compositore dalla personalità spigolosa (una volta fece arrabbiare John Cage a causa di una performance piuttosto osé dei suoi Song Books, condita da scambi di effusioni con un uomo nudo sul palco) morì inpovertà nel 1990, lasciandosi dietro una scia di compisizioni che musicologi e fan stanno ancora portando alla luce.
Eastman collaborò (fra gli altri) con Meredith Monk, Robert Wilson e Arthur Russell: la ragione ti sarà chiara quando cliccherai play qui sopra.   

Kinky Wolfgang by Francesco Fusaro

One of the most enduring stereotypes about classical music is its detachment from the miseries of life. It is a repertoire linked with refined manners, ultimate erudition and some kind of mysticism: or so the story goes. Luckily enough, this is not always the case, and there is nothing like Mozart's music to prove our point.

We probably need to thank Czech director Miloš Forman for a different take on the life and music of Amadé. Before his Amadeus, the Austrian music prodigy was the quintessential antiquated composer: someone you had to study, rather than you enjoyed studying in your academic years. With all its exaggerations and historical inaccuracies, Forman's film unearthed the witty and exhilarating Mozart, and his kinky canons are a good example of the light-hearted (and sometimes caustic) side of his personality. 

Let's take Difficile lectu as an example. The text reads Difficile lectu mihi mars et jonicu difficile, which doesn't make any sense in Latin. In fact, the phrase comprises two bilingual puns: lectu mihi mars, which would sound as leck du mi im Arsch ('lick my arse'), if sung with a Bavarian German accent (Bavarian tenor-baritone Johann Nepomuk Peyerl was probably the lead singer of the first performance of this piece); and jonicu, a word that turns into its cheeky Italian cousin cojuni ('balls, testicles'), if sung repeatedly. 

It's actually a pretty enjoyable canon, so feel free to drop it at your next party and giggle by yourself like a creep.

Uno stereotipo piuttosto difficile da estirpare è quello che vuole la musica classica distante dalle miserie del quotidiano. Modi raffinati, vasta erudizione e una sorta di misticismo sono le caratteristiche associate al repertorio e a chi lo frequenta, giusto? Per fortuna non è esattamente il caso, e la musica di Mozart ci può facilmente aiutare a smontare il mito.

Dobbiamo probabilmente ringraziare il regista ceco Miloš Forman per aver cambiato idea su Amadé. Prima di quel successone che è stato Amadeus, infatti, l'enfant prodige austriaco era considerato la quintessenza della noia accademica: roba che ti toccava studiare, non che ti divertivi a studiare, durante la tua formazione musicale. Nonostante le sue inaccuratezze storiche ed esagerazioni, il film di Forman ha avuto il pregio di portare alla luce il Mozart acuto ed esuberante; i canoni 'osceni' di Amadé sonon a tutti gli effetti un ottimo esempio del lato leggero e persino caustico della sua personalità.

Prendiamo il caso di Difficile lectu. Il testo di questo breve canone recita Difficile lectu mihi mars et jonicu difficile, che in latino non vuol dire un granché... L'arcano è presto svelato: si tratta di un doppio gioco di parole basato sul tedesco e sull'italiano. La sequenza lectu mihi mars, infatti, suona come leck du mi im Arsch ('leccami il culo') se pronunciato con accento bavarese (Johann Nepomuk Peyerl, probabilmente uno dei cantanti della prima esecuzione del brano, era in effetti bavarese). La parola jonicu, invece, suona come il suo sboccato cugino italiano, se pronunciata ripetutamente (come in effetti accade nel canone).

Si tratta di un brano piuttosto piacevole, quindi ora sapete che cosa mettere al prossimo party in casa per ridervela da soli come dei viscidoni.

Kancheli - Liturgy by Francesco Fusaro

Funny that might sound, there are musicologists that can inspire composers and musicians some genuinely breathtaking music. If you are a musician sitting on the "we-don't-need-them-they-need-us" side, this incipit will probably make a lot of sense. If you don't have anything against musicologists, you won't have any prejudices about Giya Kancheli's Liturgy (Mourned by the Wind) either. And you shouldn't because we are talking about (mind the next words) an absolute masterpiece here.

So what's the story? Givi Ordzhonikidze, a scholar known for his work on Shostakovich, was on of Giya Kancheli's closest friends and a champion of the Georgian composer's music. He passed away in 1984, prompting Kancheli to write a Viola Concerto with Russian virtuoso Yuri Bashmet in his mind. The result requires a cathartic, 40 minute-long bath into self-controlled pain and consolation. Rocking between these two states of mind, Liturgy miraculously eschews the music clichés you would probably associate with the theme of loss and is proof of what sort of lucid mind Kancheli is. No wonder that the crowd at the Royal Festival Hall in London last week gave him a standing ovation at the end of a superb rendition of his masterpiece by Isabelle van Keulen (viola) and the London Philharmonic Orchestra masterly conducted by Vladimir Jurowski.

Now turn off your lights and phone and get in a pensive and meditative mood with Kancheli's Liturgy.

Magari ti farà strano saperlo, ma ci sono dei musicologi che possono ispirare a compositori e musicisti dei brani davvero straordinari. Sei sei un musicista di quelli che "non abbiamo bisogno di loro, loro hanno bisogno di noi", questo incipit ti suonerà più comprensibile. Se invece non hai nulla contro i musicologi, non avrai nemmeno dei pregiudizi nei confronti di Liturgy (Mourned by the Wind) di Giya Kancheli. E in effetti non dovresti, perché si tratta di (occhio) un autentico capolavoro. 

Ma quale sarebbe la storia dietro a questa composizione? Nel 1984 muore Givi Ordzhonikidze, studioso noto per il suo esteso lavoro su Šostakovič, nonché amico intimo di Kancheli e suo fervente supporter. Il compositore georgiano decide così di tributargli un Concerto per viola ed orchestra, con il virtuoso russo Yuri Bashmet in qualità di solista. Il risultato richiede 40 minuti di immersione catartica nella pena e consolazione che la musica di Kancheli tiene lucidamente sotto controllo. Solo una mente musicale come la sua riesce infatti ad evitare i cliché che normalmente assoceresti al tema della perdita. Non è dunque un caso se il pubblico della Royal Festival Hall lo ha salutato con una standing ovation al termine di una superba performance di Liturgy con la viola di Isabelle van Keulen e la London Philhrmonic Orchestra condotta magistralmente da Vladimir Jurowski.

Ora è tempo di spegnere telefono e luci per entrare in uno stato pensoso e meditativo con Liturgy di Giya Kancheli.

Introducing... David Kanaga by Francesco Fusaro

OK, we don't know much about David Kanaga, because the man seems to steer clear from the media. But we guess that his music speaks for itself (and on his behalf)...

Drawing inspiration from very different sources, from video game music to Russian classical repertoire, Kanaga is one of the most exciting (anti)classical music composers we have stepped into recently. Together with Ed Key, he is behind the design of Proteus, an exploration video game released in 2013. A perfect example of what sort of beautiful experiences you can have if you lose yourself in the world of independent video games, Proteus is very much about sound as it is about graphic design. No wonder that we ended up buying its (imaginary) soundtrack on Kanaga's own Bandcamp (and yes, we indulged in some more shopping, while we were at it).

We would definitely recommend having a listen to his version of Shostakovich's Second Piano Concerto, just to get a better sense of why we love Kanaga... Did anyone say De Gennaro's Hippos Epos?

Dunque, non è che si sappia molto di questo David Kanaga: a quanto pare, il nostro non è esattamente un amante dei media. Ma in questo caso è lecito dire che la sua musica parli per lui...

Ci sono parecchi riferimenti musicali nella sua musica, dai video giochi al repertorio classico russo, e questo è uno dei motivi per cui abbiamo deciso di parlartene. Insieme a Ed Key, Kanaga ha prodotto nel 2013 un videogioco, Proteus, dove il suono è parte integrante della progettazione. Un esempio davvero efficace di quali meraviglie si possano incontrare quando ci si perde nel mondo dei videogiochi indipendenti. Non è un caso insomma se abbiamo deciso di acquistare la sua colonna sonora immaginaria direttamente sulla pagina Bandcamp di Kanaga (e sì, già che c'eravamo abbiamo fatto qualche ulteriore spesuccia).

Ti raccomandiamo caldamente di ascoltare la sua versione del Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 di Šostakovič, così puoi farti un'idea del perché ci piaccia così tanto. Qualcuno ha detto Hippos Epos di Sebastiano De Gennaro?

5 Lessons on Music with Alessandro Solbiati by Francesco Fusaro

We will never hide the fact that we see 19'40'' as an educational platform. Call us pretentious and naive (we still live in a world dominated by turbocapitalism, don't we?), we would still think that the albums we release and the posts we publish on our blog should be seen as significant landmarks of your journey with us. In the next months (and years) we will try to bring you the most diverse, unpredictable and exciting music content you could expect from our large-scale project. This is why today we are really happy to introduce you to Alessandro Solbiati and his lessons on classical music for Radio 3, Rai's channel dedicated to art music, literature and politics.
It is probably safe to say that Solbiati is one of the most influential figures of Italian contemporary music. Born in 1956 in Busto Arsizio, near Milan, he studied composition with Sandro Gorli and Franco Donatoni, and he is currently teaching composition at the Conservatorio Giuseppe Verdi in Milan. In his lessons for Radio 3, Solbiati will take you through a journey encompassing the music of Ligeti, Nono, Berio, Ravel, Poulenc and Rachmaninov.
 

Our adventures through our music galaxy have just begun, keep on following us...

Non ti nasconderemo certo il fatto che dietro 19'40'' si celi anche un intento educativo. Certo, parlare di educazione oggi, nel regno del divertimento senza fine e della irrefrenabile soddisfazione di tutti i desideri (sì, stiamo parlando del tardocapitalismo), suona al tempo stesso pretenzioso ed ingenuo. Prendici come pretenziosi ed ingenui, se credi, ma sappi che noi vediamo ogni nostra uscita e ogni nostro post su questo blog come tappe di un viaggio che ti porterà nei prossimi mesi (ed anni) ad approfondire e scoprire un repertorio variegato, imprevedibile ed emozionante. Per questo oggi siamo molto contenti di presentarti le lezioni di musica che Alessandro Solbiati ha recentemente tenuto per Radio 3.
Nato nel 1954 a Busto Arsizio, Solbiati ha studiato composizione con Sandro Gorli e Franco Donatoni ed è attualmente docente di composizione presso il Conservatorio G. Verdi di Milano. Una delle più influenti figure del panorama musicale contemporeano in Italia, Solbiati ti farà ascoltare musiche di Ligeti, Nono, Berio, Ravel, Poulenc e Rachmaninov.


Le nostre avventure attraverso la nostra galassia musicale sono appena cominciate, continua a seguirci...

Shotgun Boogie: New Orleans by Francesco Fusaro

Do you remember Katrina? How has New Orleans changed since then? How has the music community been affected by the catastrophe? Armed with a film crew and a travel visa, Italian sound engineer Michele Boreggi chronicles his experiences creating a documentary series with musicians from New Orleans. Together with US fellows Colleen Rowley, Hannah Swenson and Sean O'Grady, Michele meets with locals in their homes for intimate acoustic performances and conversations addressing contemporary social issues. Shotgun Boogie consists of twelve episodes with 3 different sections (Reflections, Explorations, Conversations). Is New Orleans similar to Genoa, or more like Naples? We don't know yet, but we can't wait to see the entire series. Watch the trailer to feel as excited as we are, and find more about it here.

Chissà a che cosa pensi quando diciamo New Orleans. All'uragano? Ai funerali della comunità di colore, quelli itineranti con musica? Com'è vivere a New Orleans oggi? Fa ridere pensare che il nome viene da Filippo II, duca di Orléans: cerca il suo ritratto e poi torna a pensare agli Stati Uniti del jazz... OK, ci stiamo perdendo. Volevamo parlarti di Shotgun Boogie, documentario dell'ingegnere del suono Michele Boreggi. Michele se ne è andato a spasso per la più grande città della Louisiana (la cui capitale in realtà è Baton Rouge) con i suoi amici Colleen Rowley, Hannah Swenson e Sean O'Grady. È entrato nelle case dei musicisti del luogo, li ha fatti suonare e parlare e ne ha tirato fuori un documentario di 12 puntate, divise in 3 sezioni (Reflections, Explorations, Conversations). Non vediamo l'ora di spararcelo tutto. Qui sopra il trailer del documentario, qui il sito ufficiale del progetto.

Harry in the Sky with Diamonds by Francesco Fusaro

«American composer, theorist, instrument maker and performer. He dedicated most of his life to implementing an alternative to equal temperament, which he found incapable of the true consonance his ear and essentially tonal aesthetic demanded. He invented an approach to just intonation he called ‘monophony’; realizing that traditional instruments and performers would be inimical to his system, he designed and constructed new and adapted instruments, developed notational systems, and trained performing groups wherever he was living and working. By the 1940s he had transformed a profound antipathy to the European concert tradition into the idea of ‘corporeality’, emphasizing a physical and communal quality in his music.» (Grove Music Online)

Ci piacciono i personaggi liminali, gli svantaggiati, i pugili che lottano con una mano legata, i musicisti che in un delirio superomistico cercano di cambiare da soli il corso della musica. Certi fatti possono avvenire solo in paesi lontani, dove i legami con la tradizione si fanno più labili ed è possibile un Harry Partch, musicista compositore costruttore di strumenti didatta visionario. Qui sopra puoi vedere/ascoltare Delusion of the Fury, dramma in due atti ispirato all'Africa e al Giappone. Ebbe il suo battesimo nel 1969, ma da allora non è che si sia scritta tanta musica così. No?