Concerts

ContempoRarities 5 @Santeria by 19'40"

Torna il Festival di musica anticlassica al Santeria di Viale Toscana

Al via la quinta edizione di ContempoRarities il Festival di musica classica, anticlassica e contemporanea di 19’40’’ all’interno della Santeria di viale Toscana 31 a Milano.

Dopo un anno “perduto” ecco in arrivo tre giorni di musica decisamente coraggiosa che, ci auguriamo, chiudano un cerchio di una fase accidentata per la musica presente. L’auspicio è di rinnovare il rito della condivisione e della fiducia nella scoperta sonora collettiva.

E per questo motivo i tre programmi proposti sono decisamente unificanti: il primo (Black Classical Music, 5 dicembre) lo è dal punto di vista storico, il secondo dal punto di vista linguistico (Musica Razionale, 12 dicembre) e il terzo dal punto di vista generazionale (L’Arca, 19 dicembre).

BLACK CLASSICAL MUSIC - Domenica 5 dicembre, ore 18.30, @ Santeria Toscana 31

Si tratta di un importante programma di musica da camera di compositori afrodiscendenti. La nostra selezione copre un periodo molto ampio che va dal settecento di Joseph Bologne, Chevalier de Saint-Georges, passa per il tardo Romanticismo di Florence Beatrice Price e di Samuel Coleridge-Taylor, e arriva agli anni Cinquanta di William Grant Still e George Walker e ai Settanta di Julius Eastman. Con impaginati come questo vorremmo sollecitare a percepire la storia della musica scritta occidentale come un evento fluido dal punto di vista sociale, storico e geografico, e non come un inscalfibile muro di bianchissimo marmo ad memoriam.

Esecutori di metallo su carta + Damiano Afrifa e Francesco Fusaro

Yoko Morimyo, violino
Eloisa Manera, violino
Chiara Ludovisi, viola
Marcella Schiavelli, violoncello
Damiano Afrifa, pianoforte e presentazione
Enrico Gabrielli, clarinetto e sassofono contralto
Sebastiano De Gennaro, vibrafono
Francesco Fusaro, performing e presentazione

MUSICA RAZIONALE - Domenica 12 dicembre, ore 18.30 @ Santeria Toscana 31

Si potrebbe definire Rational Music o Math Music o, in italiano, Serialismo Ritmico. La musica originale che ci propone il percussionista Sebastiano De Gennaro di 19’40” è generata dalle serie numeriche. In virtù della natura logica e non estetica di questa musica, consigliamo, a coloro che faranno ingresso in questo “calcolatore sonico”, di sospendere ogni criterio pre formato sui concetti di bello e brutto, di seguire gli eventi sonori come fossero meteore in un cielo d’estate, senza sapere da dove vengono e dove vanno.

Il metodo dodecafonico di Schoenberg fu la prima tecnica compositiva ad utilizzare questo sistema, nata nei primi del novecento, utilizzava una serie di 12 note. Nel corso del secolo passato la tecnica si affinò fino a prendere la forma del serialismo integrale di Pierre Boulez, nel quale tutti i parametri musicali venivano rigorosamente regolati secondo la serie. Il progetto Rational Music di Sebastiano De Gennaro raccoglie l’eredità della così detta Seconda scuola viennese per dar vita ad un nuovo sviluppo che si potrebbe definire “serialismo ritmico aperto”. Matematica in musica, musica in matematica. Assieme a lui i magnifici visual del maestro del sound reacting visual Andrew Quinn.

L’ARCA (Concerto di Natale) - Domenica 19 dicembre, ore 18.30, @ Santeria Toscana 31 -

Diciamocelo: sono stati anni tremendi per la dimensione infantile. Al di là della chiusura preventiva delle scuole, ci pare poi che non siano state date valide alternative per tenere in esercizio la scoperta e l’avventura dei bambini. In maniera un po’ apotropaica (e speriamo che i mesi a venire procedano al meglio) abbiamo deciso di offrire l’ascolto dal vivo del più bel disco per l’infanzia mai scritto in questo paese.

Endrigo, De Moraes, Bacalov, Bardotti sono il manipolo di autori di questo piccolo grande monumento alla canzone morale. Portate i vostri figli e in un ora li rimettiamo a nuovo. Anche perché ci saranno pure i Calamari a fare gli insegnanti d’asino... Pardon, d’asilo... Con gli Esecutori di Metallo su Carta e Francesca Biliotti, Eduardo Stein Deichtar, Dente, Federico Dragogna, Gianluca De Rubertis, Effe Punto.

Visual a cura di FOLP

Penguin Cafe Orchestra: a Retrospective by Enrico Gabrielli

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ContempoRarities IV

Domenica 1 dicembre 2019, h18

“Penguin Cafe Orchestra: a retrospective”

Arthur Jeffes, chitarre e tastiere

Alessandro “Asso” Stefana, chitarre e tastiere

Esecutori di Metallo su Carta:

Yoko Morimyo, violino e viola

Angelo Maria Santisi, violoncello

Federico Pierantoni, trombone

Damiano Afrifa, tastiere

Enrico Gabrielli, fiati e tastiere

Sebastiano De Gennaro, percussioni

Andrew Quinn, sound reacting visual

“Nel 1972 ero nel sud della Francia. Avevo mangiato del pesce cattivo e stavo male. Mentre ero sdraiato a letto, avevo una strana visione ricorrente: davanti a me, c'era un edificio di cemento. Ho potuto vedere nelle stanze, ognuna delle quali era come fosse scansionata da un occhio elettronico. Nelle stanze c'erano tutte persone preoccupate. In una stanza una di esse si guardava allo specchio e in un'altra una coppia faceva l'amore, senza alcun trasporto. In una terza stanza un compositore ascoltava musica attraverso le cuffie e intorno a lui c'erano montagne di apparecchiature elettroniche: eppure tutto era silenzio. La scena era per me una desolazione ordinata. Era come se stessi guardando in un posto anonimo. Il giorno dopo, quando mi sentivo meglio, ero sulla spiaggia a prendere il sole e improvvisamente una filastrocca mi è saltata in testa: 'I am the proprietor of the Penguin Cafe, I will tell you things at random' (“sono il proprietario del Penguin Cafe, ti dirò cose a caso”).”

Also sprach il buon Simon Jeffes (Sussex, 1949-1997), il fondatore e mente dietro alla misteriosa e onirica concezione della “Penguin Cafe Orchestra”.

La PCO è stato un ensemble che eseguiva musica scritta originale, pasticciando con il mondo ambiguo del folk, del minimalismo e dell’ambient music. L’impianto della forma concettuale in realtà voleva avere qualcosa di “classico” ma la massiccia presenza di strumenti a corde e di objet trouvé (come armonium, percussioni elementari e organetti da due lire) tradiva quel particolare gusto inglese per l’intimità che non necessitava di una formazione colta o di virtuosismo tecnico.

La retrospettiva degli Esecutori di Metallo su Carta prende a piene mani dai dischi più importanti della loro produzione: “Broadcasting from Home” del 1984 e “Penguin Cafe Orchestra” del 1981 su tutti.

La presenza di Arthur Jeffes, figlio di Simon e musicista dalla mente brillante sancisce che questa musica mantiene una forza e una continuità che, speriamo, sarà consegnata all’incerto futuro. È un musica da una forte componente emotiva senza strepiti senza inutili sprechi di retorica: un giorno, questa attitudine, tornerà ad essere un valore.

Ne siamo certi.

CLASSICA NEL GIUSTO CAOS by Enrico Gabrielli

Facciamo finta di fare uno zoom satellitare in stile Google: in Ungheria c’è Budapest, a Budapest c’è il Danubio, nel Danubio c’è un’isola dove si svolge da 24 anni lo Sziget Festival, conosciuto tra i tanti italiani come “il” vero paese dei balocchi agostano.
Mi si disse, tempo addietro, che lo Sziget prese le mosse ispirandosi ad Arezzo Wave.
Potrebbe essere davvero stato così, ma la differenza tra i due festival è la stessa che intercorreva tra l’arco e le frecce dei Troiani e i droni dell’attuale esercito americano.
I festival come questo non hanno solo musica, ma centinaia di attrazioni teatrali, installative, ludiche e spazi diversificati adatti a piccoli e adulti.
Ne esistono altri festival in Europa di questo genere: il Down The Rabbit Hole, il Roskilde, il Glastonbury, simili tra loro e allo stesso tempo diversi per cultura e gusto nazionale. Ad esempio l'english mud mette a dura prova il fisico, la liberalizzazione olandese stuzzica lo sfascio con canne e funghi, il freddo proverbiale agostano della Danimarca mantiene giovane la pelle.
In altri festival il focus è ancora sull’affaire “musica”; come l’Off di Katowice, il Pitchfork di Chicago e l’imprescindibile Primavera Sound, della tanto amata Barcellona.
Lo Sziget sul piano dell’offerta rock popular non pare brillare né in gusto né in fascino.
Però c’è qualcosa che altrove non ho visto: uno spazio (al chiuso) dedicato alla danza e un altro (all’aperto ma con copertura) dedicato alla classica; la “musica classica”, ovviamente, in senso lato.
In questo spazio ogni pomeriggio c’è un’orchestra che fa brandelli di opere liriche (!), dal tardo pomeriggio la proiezione di un film muto sonorizzato dal vivo, la sera una programmazione a cura della Non-Classical di Gabriel Prokovief, nota etichetta che si occupa (se così possiamo mal-dire), di classica “indipendente” e di vare accezioni, paciugate o meno, di musica contemporanea.
La gente, che sarebbe meglio definirla come “gioventù” visto che all’orizzonte pare difficile incontrare qualcuno più vecchio di trent’anni, se ne sta sdraiata su dei puff in totale relax e resta lì ore.
Oltre al fascino dei tipi di musiche in sé, questo spazio è un’oasi di calma in un Caos con la C maiuscola ed è a suo modo l’unica vera proposta alternativa dell’intera programmazione megalitica.
Ricordo che all’Øyafestivalen di Oslo vidi in programma sul main stage qualcosa di Steve Reich e questo mi fa pensare che stia nascendo di tanto in tanto un fungo primordiale di un qualcosa in cui, noi di 19’40’’, ci sentiamo essere parte.
Scardinando il contesto si fa la vera operazione di sabotaggio da cui può scaturire una sana sorpresa e una sincera scoperta: il rock, pop, alternative, noise, cantautorato, elettronica, etcetera etcetera in un festival sono nel loro ambiente esattamente come il prete in una chiesa.
Lì mettere sul palco cose che non c’entrano nulla, farebbe scaturire il cortocircuito, quello vero, senza alcun gioco di ruolo sul culto della personalità che a volte maschera la reale validità
della musica, delle parole, dei concetti.
Piazzare un’orchestra sinfonica in un festival “indie”, organizzare dei matinee alle 6AM di musica antica in un centro sociale (se esistessero ancora), portare musica contemporanea nei rock club: un assalto culturale, un modo per prendere alla sprovvista l’ignaro avventore e rendergli un caso improvviso nella sua vita di fruitore.  
Magari la sua vita, da ascoltatore, dopo cambia.
Magari non pensava esistessero certe cose.
Magari non gliene frega un fico secco, ma almeno gli è stata data l’occasione.
Non parliamo di fare del jazz dove non si fa del jazz o un concerto rock nell’intoccabile auditorium sinfonico: parliamo di aderire e rendere la decontestualizzazione un fatto naturale e una proposta assidua, continua e costante.
Così tu sai che a quel festival, in quel punto là, ci sarà sempre qualcosa di alieno: sai che il contesto ti fornisce anche il suo contrario, la sua negazione.
Allo Sziget si chiama Papageno Classical, Opera Stage.
Abbiamo tentato un approccio al nostrano MIAMI quest’anno con Esecutori di Metallo su Carta.
Un tentativo un po’ troppo timido, ahi noi.
Se in Italia esiste qualcosa di simile, prego qualcuno ce lo dica che noi di 19’40’’ ne abbiamo disperato bisogno.

EG

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Kancheli - Liturgy by Francesco Fusaro

Funny that might sound, there are musicologists that can inspire composers and musicians some genuinely breathtaking music. If you are a musician sitting on the "we-don't-need-them-they-need-us" side, this incipit will probably make a lot of sense. If you don't have anything against musicologists, you won't have any prejudices about Giya Kancheli's Liturgy (Mourned by the Wind) either. And you shouldn't because we are talking about (mind the next words) an absolute masterpiece here.

So what's the story? Givi Ordzhonikidze, a scholar known for his work on Shostakovich, was on of Giya Kancheli's closest friends and a champion of the Georgian composer's music. He passed away in 1984, prompting Kancheli to write a Viola Concerto with Russian virtuoso Yuri Bashmet in his mind. The result requires a cathartic, 40 minute-long bath into self-controlled pain and consolation. Rocking between these two states of mind, Liturgy miraculously eschews the music clichés you would probably associate with the theme of loss and is proof of what sort of lucid mind Kancheli is. No wonder that the crowd at the Royal Festival Hall in London last week gave him a standing ovation at the end of a superb rendition of his masterpiece by Isabelle van Keulen (viola) and the London Philharmonic Orchestra masterly conducted by Vladimir Jurowski.

Now turn off your lights and phone and get in a pensive and meditative mood with Kancheli's Liturgy.

Magari ti farà strano saperlo, ma ci sono dei musicologi che possono ispirare a compositori e musicisti dei brani davvero straordinari. Sei sei un musicista di quelli che "non abbiamo bisogno di loro, loro hanno bisogno di noi", questo incipit ti suonerà più comprensibile. Se invece non hai nulla contro i musicologi, non avrai nemmeno dei pregiudizi nei confronti di Liturgy (Mourned by the Wind) di Giya Kancheli. E in effetti non dovresti, perché si tratta di (occhio) un autentico capolavoro. 

Ma quale sarebbe la storia dietro a questa composizione? Nel 1984 muore Givi Ordzhonikidze, studioso noto per il suo esteso lavoro su Šostakovič, nonché amico intimo di Kancheli e suo fervente supporter. Il compositore georgiano decide così di tributargli un Concerto per viola ed orchestra, con il virtuoso russo Yuri Bashmet in qualità di solista. Il risultato richiede 40 minuti di immersione catartica nella pena e consolazione che la musica di Kancheli tiene lucidamente sotto controllo. Solo una mente musicale come la sua riesce infatti ad evitare i cliché che normalmente assoceresti al tema della perdita. Non è dunque un caso se il pubblico della Royal Festival Hall lo ha salutato con una standing ovation al termine di una superba performance di Liturgy con la viola di Isabelle van Keulen e la London Philhrmonic Orchestra condotta magistralmente da Vladimir Jurowski.

Ora è tempo di spegnere telefono e luci per entrare in uno stato pensoso e meditativo con Liturgy di Giya Kancheli.