CLASSICA NEL GIUSTO CAOS
Facciamo finta di fare uno zoom satellitare in stile Google: in Ungheria c’è Budapest, a Budapest c’è il Danubio, nel Danubio c’è un’isola dove si svolge da 24 anni lo Sziget Festival, conosciuto tra i tanti italiani come “il” vero paese dei balocchi agostano.
Mi si disse, tempo addietro, che lo Sziget prese le mosse ispirandosi ad Arezzo Wave.
Potrebbe essere davvero stato così, ma la differenza tra i due festival è la stessa che intercorreva tra l’arco e le frecce dei Troiani e i droni dell’attuale esercito americano.
I festival come questo non hanno solo musica, ma centinaia di attrazioni teatrali, installative, ludiche e spazi diversificati adatti a piccoli e adulti.
Ne esistono altri festival in Europa di questo genere: il Down The Rabbit Hole, il Roskilde, il Glastonbury, simili tra loro e allo stesso tempo diversi per cultura e gusto nazionale. Ad esempio l'english mud mette a dura prova il fisico, la liberalizzazione olandese stuzzica lo sfascio con canne e funghi, il freddo proverbiale agostano della Danimarca mantiene giovane la pelle.
In altri festival il focus è ancora sull’affaire “musica”; come l’Off di Katowice, il Pitchfork di Chicago e l’imprescindibile Primavera Sound, della tanto amata Barcellona.
Lo Sziget sul piano dell’offerta rock popular non pare brillare né in gusto né in fascino.
Però c’è qualcosa che altrove non ho visto: uno spazio (al chiuso) dedicato alla danza e un altro (all’aperto ma con copertura) dedicato alla classica; la “musica classica”, ovviamente, in senso lato.
In questo spazio ogni pomeriggio c’è un’orchestra che fa brandelli di opere liriche (!), dal tardo pomeriggio la proiezione di un film muto sonorizzato dal vivo, la sera una programmazione a cura della Non-Classical di Gabriel Prokovief, nota etichetta che si occupa (se così possiamo mal-dire), di classica “indipendente” e di vare accezioni, paciugate o meno, di musica contemporanea.
La gente, che sarebbe meglio definirla come “gioventù” visto che all’orizzonte pare difficile incontrare qualcuno più vecchio di trent’anni, se ne sta sdraiata su dei puff in totale relax e resta lì ore.
Oltre al fascino dei tipi di musiche in sé, questo spazio è un’oasi di calma in un Caos con la C maiuscola ed è a suo modo l’unica vera proposta alternativa dell’intera programmazione megalitica.
Ricordo che all’Øyafestivalen di Oslo vidi in programma sul main stage qualcosa di Steve Reich e questo mi fa pensare che stia nascendo di tanto in tanto un fungo primordiale di un qualcosa in cui, noi di 19’40’’, ci sentiamo essere parte.
Scardinando il contesto si fa la vera operazione di sabotaggio da cui può scaturire una sana sorpresa e una sincera scoperta: il rock, pop, alternative, noise, cantautorato, elettronica, etcetera etcetera in un festival sono nel loro ambiente esattamente come il prete in una chiesa.
Lì mettere sul palco cose che non c’entrano nulla, farebbe scaturire il cortocircuito, quello vero, senza alcun gioco di ruolo sul culto della personalità che a volte maschera la reale validità
della musica, delle parole, dei concetti.
Piazzare un’orchestra sinfonica in un festival “indie”, organizzare dei matinee alle 6AM di musica antica in un centro sociale (se esistessero ancora), portare musica contemporanea nei rock club: un assalto culturale, un modo per prendere alla sprovvista l’ignaro avventore e rendergli un caso improvviso nella sua vita di fruitore.
Magari la sua vita, da ascoltatore, dopo cambia.
Magari non pensava esistessero certe cose.
Magari non gliene frega un fico secco, ma almeno gli è stata data l’occasione.
Non parliamo di fare del jazz dove non si fa del jazz o un concerto rock nell’intoccabile auditorium sinfonico: parliamo di aderire e rendere la decontestualizzazione un fatto naturale e una proposta assidua, continua e costante.
Così tu sai che a quel festival, in quel punto là, ci sarà sempre qualcosa di alieno: sai che il contesto ti fornisce anche il suo contrario, la sua negazione.
Allo Sziget si chiama Papageno Classical, Opera Stage.
Abbiamo tentato un approccio al nostrano MIAMI quest’anno con Esecutori di Metallo su Carta.
Un tentativo un po’ troppo timido, ahi noi.
Se in Italia esiste qualcosa di simile, prego qualcuno ce lo dica che noi di 19’40’’ ne abbiamo disperato bisogno.
EG
Facciamo finta di fare uno zoom satellitare in stile Google: in Ungheria c’è Budapest, a Budapest c’è il Danubio, nel Danubio c’è un’isola dove si svolge da 24 anni lo Sziget Festival, conosciuto tra i tanti italiani come “il” vero paese dei balocchi agostano.
Mi si disse, tempo addietro, che lo Sziget prese le mosse ispirandosi ad Arezzo Wave.
Potrebbe essere davvero stato così, ma la differenza tra i due festival è la stessa che intercorreva tra l’arco e le frecce dei Troiani e i droni dell’attuale esercito americano.
I festival come questo non hanno solo musica, ma centinaia di attrazioni teatrali, installative, ludiche e spazi diversificati adatti a piccoli e adulti.
Ne esistono altri festival in Europa di questo genere: il Down The Rabbit Hole, il Roskilde, il Glastonbury, simili tra loro e allo stesso tempo diversi per cultura e gusto nazionale. Ad esempio l'english mud mette a dura prova il fisico, la liberalizzazione olandese stuzzica lo sfascio con canne e funghi, il freddo proverbiale agostano della Danimarca mantiene giovane la pelle.
In altri festival il focus è ancora sull’affaire “musica”; come l’Off di Katowice, il Pitchfork di Chicago e l’imprescindibile Primavera Sound, della tanto amata Barcellona.
Lo Sziget sul piano dell’offerta rock popular non pare brillare né in gusto né in fascino.
Però c’è qualcosa che altrove non ho visto: uno spazio (al chiuso) dedicato alla danza e un altro (all’aperto ma con copertura) dedicato alla classica; la “musica classica”, ovviamente, in senso lato.
In questo spazio ogni pomeriggio c’è un’orchestra che fa brandelli di opere liriche (!), dal tardo pomeriggio la proiezione di un film muto sonorizzato dal vivo, la sera una programmazione a cura della Non-Classical di Gabriel Prokovief, nota etichetta che si occupa (se così possiamo mal-dire), di classica “indipendente” e di vare accezioni, paciugate o meno, di musica contemporanea.
La gente, che sarebbe meglio definirla come “gioventù” visto che all’orizzonte pare difficile incontrare qualcuno più vecchio di trent’anni, se ne sta sdraiata su dei puff in totale relax e resta lì ore.
Oltre al fascino dei tipi di musiche in sé, questo spazio è un’oasi di calma in un Caos con la C maiuscola ed è a suo modo l’unica vera proposta alternativa dell’intera programmazione megalitica.
Ricordo che all’Øyafestivalen di Oslo vidi in programma sul main stage qualcosa di Steve Reich e questo mi fa pensare che stia nascendo di tanto in tanto un fungo primordiale di un qualcosa in cui, noi di 19’40’’, ci sentiamo essere parte.
Scardinando il contesto si fa la vera operazione di sabotaggio da cui può scaturire una sana sorpresa e una sincera scoperta: il rock, pop, alternative, noise, cantautorato, elettronica, etcetera etcetera in un festival sono nel loro ambiente esattamente come il prete in una chiesa.
Lì mettere sul palco cose che non c’entrano nulla, farebbe scaturire il cortocircuito, quello vero, senza alcun gioco di ruolo sul culto della personalità che a volte maschera la reale validità
della musica, delle parole, dei concetti.
Piazzare un’orchestra sinfonica in un festival “indie”, organizzare dei matinee alle 6AM di musica antica in un centro sociale (se esistessero ancora), portare musica contemporanea nei rock club: un assalto culturale, un modo per prendere alla sprovvista l’ignaro avventore e rendergli un caso improvviso nella sua vita di fruitore.
Magari la sua vita, da ascoltatore, dopo cambia.
Magari non pensava esistessero certe cose.
Magari non gliene frega un fico secco, ma almeno gli è stata data l’occasione.
Non parliamo di fare del jazz dove non si fa del jazz o un concerto rock nell’intoccabile auditorium sinfonico: parliamo di aderire e rendere la decontestualizzazione un fatto naturale e una proposta assidua, continua e costante.
Così tu sai che a quel festival, in quel punto là, ci sarà sempre qualcosa di alieno: sai che il contesto ti fornisce anche il suo contrario, la sua negazione.
Allo Sziget si chiama Papageno Classical, Opera Stage.
Abbiamo tentato un approccio al nostrano MIAMI quest’anno con Esecutori di Metallo su Carta.
Un tentativo un po’ troppo timido, ahi noi.
Se in Italia esiste qualcosa di simile, prego qualcuno ce lo dica che noi di 19’40’’ ne abbiamo disperato bisogno.
EG
The twenty-seventh issue of our recording series presents Su Carta, a fully composed album by Francesco Fusaro for violin, clarinet, vibraphone, double bass, human voice and a TB-303 clone, reflecting on environment, memory, animals, and the act of composition itself. For more information on the music content, please visit here.
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The twenty-first issue of our recording series takes a deep dive into the repertoire of classical Afro-descendant composers. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The twentieth issue of our recording series pays homage to one of the most iconic compositions in European art music. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The eighteenth issue of our recording series is the result of our first Call For Score. It offers a snapshot of the state of the Italian and international contemporary music scene. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The very first issue of our recording series. For more information on the music content, please visit this page. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The second issue of our recording series is an Italian take on Stravinsky's original. For more information on the music content, please visit this page. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The sixth issue of our recording series is a live recording of the ensemble version of Holst’s masterpiece, arranged by Enrico Gabrielli. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The seventh issue of our recording series is a survey on the music of neglected electronic music pioneer Chino ‘Goia’ Sornisi. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The eighth issue of our recording series is a retrospective journey through the catalogue of library and art music composer Paolo Renosto, aka Lesiman. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The tenth issue of our recording series is an acoustic version for chamber ensemble of one of the greatest music oddities of 70s North America: Mort Garson’s album dedicated to our friends the plants. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The eleventh issue of our recording series is a new arrangement of one of Karlheinz Stockhausen’s most famous compositions, “Tierkreis”. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The twelfth issue of our recording series is dedicated to the genius of Bernard Hermman, with a focus on his music for the sci fi cult series The Twilight Zone. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The fifteenth issue of our recording series is dedicated to the first 88 pages of a graphic notation classic, Cornelius Cardew’s Treatise. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The sixteenth issue of our recording series is a collection of four works by Arvo Pärt, Florence Price, Giacinto Scelsi and Franco Battiato. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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The seventeenth issue of our recording series is a collection of six original compositions by Sebastiano De Gennaro. For more information on the music content, please visit here. Price includes VAT. Delivery prices available at checkout.
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For the first time, you can now aquire the original art created for our cover design. Created by Italian artist Annalisa “Nali” Limonta, who is also behind our beautiful “Plantasia” booklet and CD design, the artwork for our 18th release, “Call For Scores”, is now available in a unique piece for your personal collection.